GINO BARTALI
Non è roba da dire
«Io sono Bartali Gino. Corro sulla bicicletta.»
Drammaturgia di Francescoantonio Nappi · Regia di Marco Serra
Sinossi
12 luglio 1944. Nei sotterranei di Villa Triste, a Firenze, Gino Bartali siede davanti a un uomo della Banda Carità. Non è lì per parlare di ciclismo. L’interrogatore vuole sapere che cosa nasconda nella sua bicicletta, quali strade percorra sotto i bombardamenti e, soprattutto, da che parte stia davvero il campione più amato d’Italia.
Bartali risponde come corre: stringendo i denti, deviando, scattando all’improvviso. Dietro il vincitore del Tour de France del 1938 affiorano il ragazzo povero di Ponte a Ema, Giulio, il fratello con cui avrebbe voluto dividere ogni vittoria, e Fausto Coppi, il giovane gregario destinato a diventare rivale. Ogni ricordo apre una crepa nel mito; ogni parola porta l’interrogatorio più vicino a una verità che può costargli la vita.
Il fascicolo sul tavolo parla di lettere dal Vaticano, viaggi tra Firenze, Assisi e Perugia, rapporti con la rete che assiste gli ebrei perseguitati. Bartali sostiene di allenarsi. L’uomo che lo interroga sa che non è tutta la verità. Tra minacce, ironia e silenzi, la bicicletta smette di essere soltanto lo strumento del campione e diventa il centro di una sfida morale: fino a dove si può spingere un uomo per restare fedele alla propria coscienza?
Ma anche chi pone le domande ha una storia, una ferita e un’idea d’Italia da difendere. Nel confronto fra i due uomini, il confine tra giudice e imputato si incrina, mentre sport, fascismo, fede e memoria privata si intrecciano con una delle pagine più buie del Novecento.
GINO BARTALI. Non è roba da dire non costruisce un monumento: porta in scena un uomo ruvido, ironico, contraddittorio, costretto a misurare il peso delle proprie scelte. Un duello teatrale serrato, in cui la Storia entra in una stanza e mette alla prova due coscienze. Perché il coraggio più radicale non sempre cerca una voce. A volte sceglie il silenzio.
Note di regia
La messinscena nasce da un duello. In uno spazio chiuso, l’interrogatorio disegna un rapporto di potere che cambia continuamente: chi domanda pensa di possedere la verità; chi risponde la sottrae alle definizioni.
Il presente di Villa Triste e i flashback non sono piani separati, ma pressioni della memoria. Nel racconto di Giulio e Coppi, il linguaggio di Bartali si allarga, accelera, prende il ritmo della pedalata; nel confronto torna secco, ironico, resistente. La corsa vive nella parola, nel respiro e nel corpo dell’attore.
La regia non costruisce un’agiografia. Mette in tensione mito pubblico e uomo privato, fede e ideologia, obbedienza e coscienza, memoria e silenzio. Anche l’interrogatore non è soltanto un antagonista: la sua storia personale lo espone, fino a rovesciare l’esito del confronto.
Il titolo diventa così una misura morale: il bene non cerca testimoni; trova senso soltanto nell’azione.
Crediti
Drammaturgia Francescoantonio Nappi
Regia Marco Serra
Con Franco Nappi e Marco Serra
Produzione History Telling

